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Una seconda ondata del coronavirus è possibile. Ne è convinto il ministro della Salute Roberto Speranza. “La comunità scientifica non la esclude – ha spiegato – noi ci auguriamo che non ci sia, ma di fronte al rischio dobbiamo conservare le regole di cautela, utilizzare le mascherine, evitare assembramenti e lavare le mani. E poi rafforzare il Ssn, negli ultimi cinque mesi abbiamo messo più soldi che negli anni passati. Per me è solo l’inizio”.

Raccomandata prudenza. “L’auspicio è che nel giro di qualche settimana si possa andare oltre, ma per ora serve cautela”, ha detto Speranza in merito alle misure aggiuntive prese dall’Italia per chi viene da paesi extraeuropei. “Abbiamo vissuto mesi difficili – ha aggiunto – non possiamo rimuovere le restrizioni, sarebbe sbagliato ricorrere rischi che non ci possiamo permettere. La cautela in più è condivisa dalla comunità scientifica e ci permette di superare queste settimane”.

Oms, l’Italia se l’è cavata. “A marzo, Italia e Spagna erano l’epicentro della pandemia di Covid-19. Al culmine della loro epidemia, la Spagna registrava quasi 10 mila casi al giorno e l’Italia più di 6.500. Entrambi i Paesi hanno riportato la situazione sotto controllo con una combinazione di leadership, umiltà, partecipazione attiva di ogni membro della società e un approccio globale. Entrambi i Paesi hanno affrontato una situazione spaventosa, ma l’hanno ribaltata”. Lo ha affermato il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, in conferenza stampa a Ginevra.

Allarmismo da irresponsabili. Ma c’è chi come il dottor Alberto Zangrillo per il quale la possibilità di una nuova ondata di contagi da Covid sta provocando in questi giorni un allarmismo che sarebbe addirittura da irresponsabili. Il primario del San Raffaele di Milano è convinto che il numero di contagi da Covid che porta ad un ricovero si sia abbassato a dimostrazione di una bassa viralità dei casi. Secondo Zangrillo non ci sarà nei prossimi mesi un’ondata di contagi da coronavirus così come l’abbiamo vissuta.

Npc group, il più importante franchisee di Pizza Hut (nonché di alcuni ristoranti Wendy’s), ha dichiarato fallimento negli Usa e chiuderà per bancarotta “a causa del Coronavirus”. L’azienda con alle spalle 60 anni di attività, 18mila ristoranti dislocati in 100 paesi e 40mila persone impiegate, tirerà giù le serrande di 1200 dei suoi 7100 locali.

In crisi da tempo. Tuttavia, l’azienda era già in crisi da tempo (non a caso l’anno scorso avevano chiuso 500 ristoranti per trasformarli in punti consegna): anche diventare sponsor ufficiale della Nfl (il più celebrecampionato di football americano) due anni fa, non era bastato a rimettere in ordine i conti. Ma al contrario di molti rivali, Pizza Hut ha registrato aumenti delle vendite ad aprile e maggio. La pandemia di Covid, però, è arrivata dopo anni di vistosi cali delle vendite, che hanno fatto accumulare a Npc circa 1 miliardo di dollari di debito.

Quali alternative? Si è aggiunta poi la crisi economica provocata dal lockdown. Pizza Hut non è stata certo la prima e non sarà l’ultima delle aziende a presentare istanza di fallimento, ma è di certo uno dei marchi a cui gli americani sono più legati. Ma Npc International ha deciso di accedere alla formula del Chapter 11, con l’obiettivo di ristrutturare il debito e magari provare a rilanciare l’attività. Negli ultimi due mesi hanno presentato istanza di fallimento altre catene, che vanno dalla ristorazione al fitness. Pizza Hut è, però, il marchio a cui erano legati milioni di americani. Da ora in poi chi cercherà una vita “non inscatolata”, ordinando un trancio di pizza, dovrà cercare sul cellulare un altro nome.