Politica

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ospitato il 15 settembre a Washington il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu e i ministri degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti (EAU) e del Bahrein. La cerimonia alla Casa Bianca sugella quanto concordato tra Tel Aviv e Abu Dhabi, sempre con la mediazione statunitense, lo scorso 13 agosto: la normalizzazione dei rapporti tra lo stato ebraico e gli emiratini, a cui si è poi aggiunto il regno del Bahrein, piccolo arcipelago del Golfo.

L’accordo sancisce così l’avvio di relazioni diplomatiche ufficiali portando a 4 gli stati del Medio Oriente che riconoscono Israele, dopo l’Egitto (1979) e la Giordania (1994). In cambio, Netanyahu tiene in stand by l’annessione dei territori in Cisgiordania, come sancito dal “piano del secolo”. Una firma “storica” – come ama presentarla Trump – che avrà valore soprattutto per gli scambi commerciali e gli investimenti nella regione, ma che rischia di scardinare i già fragili equilibri geopolitici mediorientali. In cima alla lista di chi “ha già vinto”, grazie all’accordo, c’è di sicuro il nome del presidente americano, che ambisce a un ruolo di peacemaker mondiale. Ruolo che sta cavalcando in previsione delle presidenziali del 3 novembre – come già dimostrato col dossier balcanico tra Kosovo e Serbia – e che gli è recentemente valsa la candidatura al Nobel per la pace.

Asse regionale contro l’Iran? Oltre alle ricadute commerciali, l’accordo di oggi porterà in dote un aiuto a Israele a diminuire il suo isolamento nella regione. Per il premier Benjamin Netanyahu si tratta di una doppia vittoria. Mentre il suo paese si avvia – primo caso al mondo – a un secondo lockdown per combattere la pandemia da coronavirus, e con l’avvicinarsi del processo che lo vede accusato di corruzione, l’astro del premier israeliano brilla in politica estera, grazie all’allargamento dell’asse regionale contro l’Iran. Un nemico comune ad Abu Dhabi, e al Bahrein, paese retto da una monarchia sunnita ma dalla popolazione a maggioranza sciita, che Manama teme possa rivelarsi una quinta colonna di Teheran.

Palestina sempre più isolata? Il minor isolamento di Israele sembra controbilanciarsi con l’aumento di quello della Palestina, e il naufragio definitivo della soluzione dei due stati. Alla luce degli eventi, il primo ministro palestinese Mohammed Shtayeh ha definito quella di oggi una “giornata nera” per la storia delle nazioni arabe e ha chiesto al presidente Mahmoud Abbas di riconsiderare le relazioni tra l’Autorità Palestinese e la Lega Araba, accusata di inerzia e tradimento. Il congelamento, forse solo temporaneo, del progetto israeliano di annessione dei territori in Cisgiordania non basta alla leadership palestinese, la cui causa – finora unica moneta di scambio per un riconoscimento di Israele da parte dei paesi arabi – perde smalto e attualità. Uno scenario che sembra ora sempre più inverosimile: la solidarietà internazionale per la causa palestinese si fa più debole, mentre si rafforzano gli assi contrapposti a livello regionale.

Trump, paciere internazionale? La cerimonia di oggi avviene nella settimana in cui ricorre il 27esimo anniversario degli Accordi di Oslo del 1993, quando il presidente USA Bill Clinton mediò la pace – successivamente naufragata – tra il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e il leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina Yasser Arafat. Una tempistica forse casuale ma ciò non toglie che il presidente Trump tenterà di presentare quello di oggi come successo diplomatico della sua amministrazione, mentre si entra nella fase finale di una campagna elettorale che al momento lo vede sfavorito per una rielezione alla Casa Bianca.

Dopo la mediazione del “non-accordo” della settimana scorsa tra Kosovo e Serbia – che ha favorito, anche in quel caso, quasi esclusivamente Israele – Trump risfodera nuovamente la veste di paciere delle relazioni internazionali, enfaticamente indossata a partire dal suo “piano del secolo” per la questione israelo-palestinese. La mancata attuazione di quel piano, per ora solo posticipato, sembra esser stata convertita in una serie di accordi bilaterali, o trilaterali, come nel caso di oggi. Una carta, accompagnata dal jolly della nomination al Nobel, che il presidente Trump si giocherà in vista del 3 novembre, uno spartiacque per il futuro degli Stati Uniti ma anche per quello del Medio Oriente.

L’estate finisce con un bilancio di 34 milioni gli italiani che hanno deciso di andare in vacanza quest’anno che fa registrare un calo del 13% rispetto allo scorso anno per effetto dell’emergenza Covid 19 che ha provocato difficoltà economiche, la paura del contagio ed i timori per il futuro. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti/Ixe’ in occasione dell’ultimo weekend dell’estate che segna tradizionalmente la fine delle vacanze degli italiani anche se non manca che ha deciso di prolungare.

La durata delle vacanze. L’Italia è stata di gran lunga la destinazione preferita che – continua la Coldiretti – è scelta come meta dal 93% rispetto all’86%% dello scorso anno ma la vera novità di quest’estate sta anche nel fatto che 1 italiano su 4 (25%) ha scelto una destinazione vicino casa, all’interno della propria regione di residenza. Da segnalare anche un leggero accorciamento della durata delle vacanze scese in media sotto i 10 giorni.  Se la spiaggia – spiega Coldiretti – resta la meta preferita cresce la montagna e turismo di prossimità con la riscoperta dei piccoli borghi e dei centri minori nelle campagne italiane in alternativa alle destinazioni turistiche più battute, dal mare alle città d’arte. La stragrande maggioranza degli italiani in viaggio – riferisce la Coldiretti – ha scelto di alloggiare in case di proprietà, di parenti e amici o in affitto mentre in difficoltà sono gli alberghi e segnali incoraggianti si notano secondo Campagna Amica per i 24mila agriturismi soprattutto a settembre con la crescita del turismo ambientale e naturalistico.

Le città storiche. A pesare è stata soprattutto l’assenza dei 16 milioni dei cittadini stranieri per motivi di vacanza durante i mesi di luglio, agosto e settembre che quest’anno sono praticamente azzerati dalle preoccupazioni e dai vincoli resi necessari per affrontate l’emergenza covid, secondo l’analisi Coldiretti su dati Bankitalia. Una assenza che è costata 12 miliardi al sistema turistico nazionale per le mancate spese nell’alloggio, nell’alimentazione, nei trasporti, divertimenti, shopping e souvenir secondo l’analisi della Coldiretti. Ad essere colpite sono state soprattutto le città d’arte che sono le storiche mete del turismo dall’estero con trattorie, ristoranti e bar praticamente vuoti ma in difficoltà anche gli agriturismi dove gli stranieri in alcune regioni rappresentavano tradizionalmente oltre la metà degli ospiti nelle campagne.

I dati. Peraltro anche gli italiani in vacanza hanno tirato la corda con una spesa media destinata alle vacanze estive che è crollata a 588 euro per persona con un calo del 25% rispetto allo scorso anno per effetto di ferie piu’ brevi della durata media di meno di 10 giorni, meno lontane e dedicate soprattutto al relax familiare, secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’. Per la metà dei viaggiatori (50%) – precisa la Coldiretti – la spesa per persona è al di sotto dei 500 euro, per il 34% tra i 500 ed i 1000 euro, per il 12 % tra i 1000 ed i 2000 euro mentre percentuali più ridotte supereranno questo limite.

Tra gli svaghi accanto ad arte, tradizione, relax e puro divertimento, la ricerca del cibo e il vino locali è diventata il vero valore aggiunto delle vacanze Made in Italy nel 2020 con circa 1/3 del budget destinato proprio all’alimentazione. L’Italia è leader mondiale incontrastato nel turismo enogastronomico – conclude la Coldiretti – grazie al primato dell’agricoltura più green d’Europa con 305 specialità Dop/Igp riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con oltre 60mila aziende agricole biologiche e la piu’ grande rete mondiale di mercati di agricoltori e fattorie con Campagna Amica.