Rubriche

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Accetta

LEGGI ANCHE...

I dati ufficiali ci parlano del 60,7% di occupati dopo tre anni dalla laurea e del 77,9% dopo cinque anni dalla laurea (fonte: Eurostat), contro una media europea del 85,5% a tre anni dalla laurea con picchi di occupazione in alcuni Paesi come la Germania ed Olanda superiori al 94%. Le ripercussioni negative di questo fenomeno tutto italiano, oltre che agli squilibri nel mercato del lavoro, si estendono all’intera società. Un’occupazione precaria e tardiva ha ad esempio l’effetto di ritardare scelte come l’acquisto di una casa o il concepimento di figli. Per questo molti ragazzi, come noto, restano a casa dei genitori anche dopo aver compiuto i 30 anni di età. 

Insomma, una situazione grave che andrebbe affrontata subito, partendo intanto da una migliore comprensione delle sue cause e, soprattutto, delle esigenze delle imprese. Partiamo da queste ultime: il mercato reale del lavoro oggi premia chi inizia prima a lavorare. Prima si inizia, prima di acquisiscono abilità, competenze e conoscenze, che diversamente non si possono acquisire. Non si possono acquisire nel percorso scolastico, né all’università, perché sono skill che si sviluppano soprattutto grazie al costante e necessario processo di adattamento ai cambiamenti ed alle problematiche reali della quotidianità lavorativa.  Situazioni che implicano analisi e gestione di esigenze, problemi, riunioni, soluzioni, successi, fallimenti, portano a maturare competenze quali quelle analitiche e relazionali, autonomia, adattabilità, resilienza, team working, leadership, problem solving, decision making, sono le skill più richieste dalle aziende: che non si acquisiscono all’università. Perciò, meglio laurearsi presto – la laurea triennale va benissimo – e puntare ad uno stage, che è la prima vera situazione di immersione nel mondo del lavoro e di confronto capi e colleghi e, quindi di sviluppo delle competenze sopra citate.   

Invece siamo qui a constatare il grave problema dell’età, troppo alta, in cui il laureato medio italiano consegue il titolo.  Infatti, mentre da un lato le aziende in cerca di giovani neolaureati guardano soprattutto ai ragazzi di 22-23 anni, nel nostro Paese solo il  37,8% dei laureati consegue il titolo entro i 25 anni. Tutti gli altri restano intrappolati all’università fino ad età avanzata, tant’è che ancora il 16% degli universitari si laurea dopo i 30 anni. Non solo. Conseguita la laurea, per il ragazzo segue spesso un lungo periodo di disorientamento e di tentativi poco mirati di collocamento, tra candidature inviate qua e là o partecipazione a concorsi, a seguito dei quali questi ragazzi si ritrovano sovente dopo quattro o cinque anni dalla laurea, senza aver tuttavia ancora maturato significative esperienze di lavoro. Per di più, smarriti di fronte alla scelta sul futuro professionale, che non è stato ancora adeguatamente messo a fuoco. 

E’ noto come il fenomeno derivi in parte, purtroppo, anche dall’atteggiamento delle famiglie stesse, che, in buona fede, incoraggiano i propri figli ad inseguire obiettivi professionali tradizionali, più cari ai genitori che agli stessi ragazzi. Così, ad esempio il genitore che sogna di vedere il proprio figlio avvocato, lo spingerà a “completare” il percorso intrapreso con la laurea in giurisprudenza, a fare il praticantato, a studiare per superare l’esame abilitante.  Ed eccolo completato finalmente, dopo molti anni, un percorso di formazione sì coerente, ma con scarse prospettive concrete di realizzazione economica e professionale. L’indomani, il ragazzo scopre improvvisamente le difficoltà di un mercato del lavoro del tutto diverso da come lo si era immaginato. 

Quindi: non dilungarsi con il percorso universitario! Meglio una laurea triennale e poi subito uno o più stage, per entrare nel mondo del lavoro all’età giusta e con le skill giuste. Meglio ancora, laurea breve + master + stage: è una combo che funziona molto bene, come dimostrano i recenti dati Almalaurea, per i quali ad un anno dal conseguimento del master il tasso di occupazione raggiunge l’88,6%. 

E’ ufficiale: negli ultimi giorni, la Cina sta spingendo uno studio secondo cui il Covid sia nato in Italia. La notizia è stata diffusa dal New York Post e lo studio in oggetto sarebbe quello condotto dall’Istituto nazionale tumori (Int) di Milano, in collaborazione con l’Università degli Studi del capoluogo lombardo, l’Università di Siena e VisMederi srl.

Il Paese asiatico ci sta manipolando? La Cina, secondo il New York Post, starebbe usando lo studio “per sollevare dubbi sulla convinzione che la Cina sia stata il luogo di nascita della pandemia”. A Pechino, infatti, secondo quanto scrive ‘Qui Finanza’, alcuni funzionari starebbero mettendo in risalto proprio la ricerca italiana. Qualche mese fa, la Cina aveva accusato della nascita della pandemia la Spagna, accendendo i riflettori anche sull’esercito statunitense, sospettato di aver portato il virus a Wuhan a ottobre 2019 durante i Giochi mondiali militari.

Lo studio. Secondo il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijiain, questo studio conferma ancora di più che tracciare l’origine del virus è una complessa questione scientifica “che dovrebbe essere lasciata agli scienziati, è un processo fluido che può coinvolgere numerosi paesi”. La stessa Oms ha fatto sapere che è possibile che il virus “circolasse silenziosamente altrove” prima di essere rilevato a Wuhan.

Il ritardo nella comunicazione. Al momento, molti scienziati sono titubanti sui risultati dello studio italiano. Altri fanno notare come non possa essere trascurato il fatto che il Covid sia comunque partito dalla Cina. Lo stesso Giovanni Apollone, dell’Istituto nazionale tumori di Milano che ha condotto la ricerca, ha detto al Times che il fatto che la Cina abbia ritardato l’annuncio del suo focolaio non consente di sapere quando l’epidemia abbia dilagato in Asia.

I dati in Italia. Dallo studio emerge come il Covid circolasse in Italia in modo asintomatico già a settembre 2019, considerazione che si basa sull’analisi di campioni di sangue prelevati tra settembre 2019 e marzo 2020 ai partecipanti a uno screening sul tumore al polmone, per monitorare la data di insorgenza, la frequenza e le variazioni temporali e geografiche nelle Regioni italiane. Con una certa sorpresa dei ricercatori, è emerso che l’11,6% (111 su 959) di loro aveva gli anticorpi al Covid, di cui il 14% già a settembre, il 30% nella seconda settimana di febbraio 2020. Il maggior numero (53,2%) era in Lombardia.