martedì, 26 febbraio 2013

Il lavoro di un lighting designer. Quando la luce non è solo colore, ma è anche emozione

Il corso di formazione di accesso a questa professione presso l’Accademia alla Scala.






Angelo-Linzalata

La luce non serve solo per illuminare uno spazio e per far risaltare attori e scenografie. La luce, in teatro, ha un ruolo ben preciso, scritto tra le righe del copione.

 

A raccontarci la professione di lighting designer è Angelo Linzalata: diplomato nel 2001 in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, successivamente si è specializzato come lighting designer presso l’Accademia del Teatro alla Scala. Dal 2000 a oggi ha lavorato sia come lighting designer sia come scenografo per numerosi teatri, enti lirici e festival, fra cui l’Accademia di Santa Cecilia di Roma, il Teatro Valli di Reggio Emilia, il Teatro du Capitole di Toulouse, il Maggio Musicale Fiorentino, il Teatro Massimo di Palermo, Il Teatro Argentina di Roma, il Festival Mozart de La Coruña e l’Edinburgh International Festival, per citarne solo alcuni.

 

“Nutrendomi di teatro e di architettura da sempre – racconta Angelo – mi è nata quasi naturalmente la curiosità per le luci: è incredibile la differente percezione che si può avere di uno spazio, a seconda dell’uso che si fa dell’illuminotecnica. Modificando colori e angolazioni della luce, si modifica uno spazio”. L’importanza che la luce acquisisce nel teatro contemporaneo è sinonimo di questa presa di coscienza: “Oggi la luce è a tutti gli effetti un elemento di drammaturgia. La scenografia vive sempre più di vuoti scenici che lasciano notevole spazio per complicati giochi di luce”.

 

L’importanza della luce in teatro – “Il nostro occhio si è trasformato molto negli ultimi anni, anche perché tutti i giorni passiamo diverse ore davanti a uno schermo – mi spiega Angelo -. Basta vedere quello che accade nei live show in termini proprio di qualità. Sarebbe riduttivo parlare solo di luci, perché ormai non si tratta più di ‘scegliere un faretto’: oggi le possibilità sono davvero infinite. Parlare d’illuminotecnica significa parlare di tecnologia, arte e anche creatività: qui entra in gioco la voglia di stupire, di creare fuochi pirotecnici e di fare interagire video e luce”.

 

Tutto è iniziato a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, quando i vecchi luciai dei teatri si sono improvvisamente ritrovati in affanno, davanti ad un mestiere sempre più tecnologico e all’avanguardia. Il teatro, con le sue tradizionali rappresentazioni, ha dovuto allora fare i conti con una nuova voglia di reinterpretare le sceneggiature attraverso nuovi linguaggi: “Il nostro è un lavoro di arte applicata – racconta Angelo -. Con la luce bisogna riuscire a creare un’emozione, un sentimento, quello che insomma l’attore sulla scena non dice, ma pensa. Ognuno di noi, per esempio, ha una camera da letto in cui accadono molte cose: è un luogo in cui spesso si ride, si piange o si litiga. Ogni volta, anche se lo spazio resta lo stesso, cambiano i nostri sentimenti: questo è quello deve accadere su un palco.  Anche se lo spazio scenico resta lo stesso, con la luce – che non è illuminamento, ma drammaturgia – devo raccontare l’atmosfera”.

 

Ecco che allora un paesaggio notturno, magari un bosco in cui s’incontrano due amanti, non avrà un fondale blu cupo a indicare le tenebre e luci delle lanterne a illuminare i personaggi in scena. Il bosco notturno in cui s’incontrano due amanti avrà, invece, luci pronte a raccontare i sentimenti dei due attori: “Il realismo didascalico oggi a teatro è spesso dimenticato a favore della narrazione. Se il fulcro della scena sono due innamorati, allora si potrà optare per un colpo di luce rossa sul fondo o ancora per un controluce che isoli i due attori in uno spazio astratto, in modo da ‘entrare nella loro testa’ attraverso la luce”.

 

Studio e ricerca: dal copione alla messa in scena – Durante le prove dello spettacolo Angelo supervisiona il tavolo della regia: “Quando si arriva a questo punto, in realtà, il grosso del mio lavoro è già finito e consegno tutto nelle mani dei tecnici”. Angelo, infatti, inizia a lavorare sulla pianta luci circa tre anni prima della messa in scena dello spettacolo, quando cioè arriva la commissione: “Una volta il luciaio, che altro non era che un elettricista molto esperto, entrava in contatto con il regista nell’ultimo mese di prove. Oggi il lighting designer ha la stessa rilevanza dello scenografo, del costumista, del coreografo e del regista. Insieme il gruppo si occupa della fase costruttiva di uno spettacolo: dello studio, della ricerca e della critica di opere, magari anche di duecento anni fa, che vanno riportate ai giorni nostri attraverso una nuova chiave di lettura”.

 

L’equilibrio tra tecnica e arte – Angelo mi racconta che non è semplice gestire insieme tecnica e arte. Spesso il lavoro più duro è legato alle scelte artistiche (“Mi sono ritrovato a farmi crescere la barba per mostrare più anni di quelli che ho e riuscire a interagire meglio con importanti registi e scenografi”), altre volte invece il più grande problema è legato alla scelta dei sistemi d’illuminazione più adatti: “Una volta che hai la visione completa del progetto, una volta insomma che hai ben chiaro il messaggio che veicolerà la luce, devi pensare alla tecnica da usare e alla qualità luminosa. Per esempio, ora sto studiando con delle scenografe come poter illuminare un portico all’aperto per uno spettacolo notturno: devo risolvere alcune problematiche legate al basso consumo d’energia e alla riduzione del pericolo, essendo in un ambiente esterno”.

 

Spesso Antonio si ritrova a lavorare a stretto contatto anche con dei musicisti: “Insieme scriviamo direttamente sulla partitura musicale i giochi di luce che riproporremo in scena. In un’opera lirica, per esempio, qualsiasi tipo di cambiamento luci è studiato e calcolato a partire dalle note”.

 

Molto delicato, poi, è anche il momento in cui il lighting designer sottopone il piano luci al teatro: “A quel punto bisogna iniziare a parlare di budget e si fanno delle scelte in base alle disponibilità della produzione”.

 

Le scuole e il mercato del lavoro – Il mercato del lavoro in Italia chiede sempre di più figure così specializzate: “Il mio consiglio però è di fare la valigia e cambiare aria per un po’ – ammette il lighting designer -. All’estero c’è grande fermento. Per quanto riguarda la formazione, poi, da noi ancora non esiste una scuola vera e propria, ma diversi corsi. Quello della Scala è sicuramente uno dei più validi”.

 

La formazione – Il corso di formazione per lighting designer dell’Accademia alla Scala, nel quale insegna anche Angelo Linzalata, intende fornire competenze specifiche a coloro che desiderano operare nei più diversi contesti in cui sia necessario illuminare una scena: dal teatro d’opera al teatro di prosa, dalla televisione ai grandi eventi all’architettura. Il corso ha una durata di sette mesi ed è articolato in una serie di lezioni teoriche, cui si affiancano delle lezioni pratiche, oltre ad una significativa esperienza di tirocinio presso il Teatro alla Scala o prestigiose strutture dedite alla produzione e realizzazione di spettacoli dal vivo (per informazioni  vai su: www.accademialascala.it).

di Giulia Dedionigi
Tags: Accademia alla scala, lighting designer, professione light designer, professioni del teatro, Scala di Milano

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