Lavoro

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Il Gup di Catania ha disposto il non luogo a procedere per Matteo Salvini nel processo Gregoretti “perché il fatto non sussiste“. Il leader della Lega, assistito dalla sua legale Giulia Bongiorno, era presente in aula. Secondo il giudice Nunzio Sarpietro, dunque, la decisione di tenere in mare 164 migranti sulla nave Gregoretti nell’estate 2019 non costituisce un sequestro di persona o un abusod’ufficio. Una decisione diversa da quella del processo Open Arms, per la quale lo scorso 17 aprile l’ex ministro dell’Interno è stato rinviato a giudizio dal Tribunale di Palermo per sequestro di persona e rifiuto d’atti di ufficio. “Grazie a chi mi ha sostenuto, vi voglio bene”, ha scritto Salvini su Twitter dopo la pronuncia del giudice di Catania Nunzio Sarpietro.

Salvini: “Quando tornerò al Governo farò le stesse cose”

All’uscita dal tribunale, Salvini ha rilanciato sulle decisioni prese quando era al Viminale nel Governo Conte I: “Quando gli italiani torneranno a votare e mi restituiranno la responsabilità di governo farò esattamente la stessa cosa perché l’immigrazione come quella di Lampedusa con 3mila sbarchi in un fine settimana porta il caos e l’Italia non ha bisogno di caos in questo momento”. Il leader della Lega ha anche attaccato dando una lettura politica al caso giudiziario che lo ha visto protagonista: “Penso che l’Italia sia l’unico Paese europeo dove la sinistra ha mandato a processo un ministro non per un reato corruttivo ma per le sue scelte di governo. Abbiamo la sinistra più retrograda d’Europa che prova a usare la magistratura per vincere le elezioni che non riesce a vincere in cabina elettorale. La sentenza di oggi spero sia anche utile agli amici del Pd e dei Cinquestelle: le battaglie si vincono in Parlamento o in cabina elettorale, non in tribunale”.

– Agenzia DiRE –

Enti locali e aziende stanno adottando nuove soluzioni per incentivare l’uso delle due ruote, non solo nel proprio tempo libero, ma anche per gli spostamenti casa-lavoro o per lavoro, soprattutto quando le distanze sono ragionevoli. Oltre alla riduzione di veicoli circolanti sulle strade e quindi minor emissione di gas inquinanti, l’uso della bicicletta conferisce benessere fisico e mentale ai lavoratori, così come dimostrato da un recente studio condotto dalla University of East Anglia di Londra in collaborazione con il Centre for Diet and Activity Research. Lo studio è stato condotto su un campione di 18mila lavoratori di età compresa tra i 18 e i 65 anni, per un periodo di 18 anni mostrando risultati inequivocabili: più facilità, in questa categoria, a rimanere concentrati durante la giornata lavorativa, miglior capacità di resilienza e di tolleranza dello stress da lavoro rispetto ai colleghi che invece raggiungono il posto di lavoro con la propria vettura privata.

Sul versante aziendale stanno infatti comparendo i primi piani di mobilità bike oriented, il cd. corporate bike sharing: e-bike, bici a pedalata assistita, per gli spostamenti casa-lavoro dei dipendenti. La peculiarità dell’e-bike è duplice: con minimo sforzo e fatica – evitando altresì di sudare eccessivamente – permette di raggiungere rapidamente il posto di lavoro, coniugando attività fisica e rispetto per l’ambiente. In questo caso, il supporto degli enti locali può rappresentare un asset importante per le aziende attraverso la predisposizione di strutture e percorsi ciclabili adeguati ed in sicurezza, la cui carenza spesso costituisce un disincentivo ad adottare soluzioni sostenibili da parte delle aziende. Stabilire sinergie tra pubblico e privato può portare a soluzioni ottimali e migliorative: laddove una parte non possiede i mezzi o gli strumenti, l’altra parte vi provvede nell’ottica della reciprocità e della leale collaborazione.

Sul fronte della gestione territoriale e delle amministrazioni locali, alcuni Comuni, per promuovere l’uso delle due ruote, hanno previsto un compenso mensile sulla base dei chilometri che ogni giorno i lavoratori effettuano per raggiungere il posto di lavoro, cifra che oscilla tra i 30 e 50 euro, variabili a seconda della Regione.

Sulla scia del bike to work, da alcuni anni in Italia si sperimenta anche il bike to school: bambini e genitori muniti di bici e caschetti per raggiungere la scuola. Si tratta di un’iniziativa lodevole che mira a creare una vera e propria cultura della mobilità sostenibile fin dalla giovane età, che riduce il traffico e il numero di veicoli stazionanti davanti agli ingressi delle scuole e che trasmette ai bambini quel benessere fisico e mentale accennato poc’anzi. Sono spesso le associazioni che si fanno promotrici di queste campagne di sensibilizzazione, sia per gli utenti della strada che per le istituzioni politiche: le strade italiane necessitano di una messa in sicurezza, attraverso la predisposizione di percorsi ciclabili capillari, nei centri urbani e non. Negli ultimi anni, alcune città come Torino, Milano, Roma, Napoli, Genova hanno promosso questa iniziativa auspicando che anche altre città seguissero il loro esempio. Non sempre questo è avvenuto, perché?

Per poter diffondere ampiamente questa soluzione di mobilità ed essere quindi attrattiva, è fondamentale avere reti di collegamento efficienti e sicure che, ad oggi, sono assenti nella maggior parte delle città italiane. Questo fa sì che la mancanza di sicurezza non incentivi le famiglie a spostarsi con la bici, talvolta perché le piste ciclabili collegano solamente brevi tratte e la restante parte dovrebbe essere effettuata nel mezzo del traffico cittadino.

In sintesi, ciascun attore, pubblico o privato che sia, compreso l’associazionismo, può contribuire in maniera significativa, con le proprie competenze e capacità, a divulgare un’etica ed una cultura sulla sostenibilità, di mobilità e di biker responsabili ed in salute.