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Con una modifica all’articolo 22 del decreto legislativo 286 del 2005, che ha recepito in Italia la direttiva comunitaria sulla Carta di qualificazione del conducente adibito a trasporti di cose o di persone (CQC), il recente decreto legge trasporti 10 settembre 2021, n. 121 (art. 1, comma 5) ha  confermato che a tutti coloro che hanno conseguito una patente di guida in Italia, di categoria C (per la conduzione di automezzi adibiti al trasporto di cose) o D (per autoveicoli trasporto passeggeri superiori a 9 posti), l’avvenuta qualificazione professionale iniziale, nonché la formazione periodica quinquennale sarà comprovata unicamente mediante l’apposizione sulla medesima patente del codice unionale armonizzato “95”.

Ciò in quanto residuavano ancora alcuni casi di vecchi autisti in possesso di due documenti: la patente di guida ancora in formato cartaceo e la card CQC (in formato plastificato).

Nel retro del cqc viene annotato il codice unionale armonizzato  95, nella stessa riga della patente C posseduta e alla scadenza della stessa, che dimostra che lo stesso conducente ha conseguito la carta di qualificazione del conducente per il  trasporto  di  cose  e  la data di scadenza  della qualificazione  iniziale  ovvero  della formazione periodica.

Per i conducenti titolari di patente rilasciata da altri Stati, invece, la CQC sarà ancora comprovata da un distinto documento denominato “carta di qualificazione del conducente formato card”.

“È importante salvaguardare la contrattualizzazione del lavoro agile nella Pubblica amministrazione”. Ad affermarlo sono Fp Cgil, Cisl Fp, Uilpa e Uil Fpl, aggiungendo che: “Lo Smart Working da misura emergenziale diventa oggi uno strumento di flessibilità e di innovazione dell’organizzazione del lavoro e può continuare ad essere misura di garanzia di sicurezza in una situazione dove ancora bisogna convivere con l’emergenza Covid”.

“Nella trattativa per il rinnovo dei contratti stiamo ricercando il giusto equilibrio tra il bisogno di una migliore conciliazione dei tempi di vita e di lavoro con le esigenze di innovazione e miglioramento della qualità dei servizi, che proprio dal lavoro agile possono anche trarre vantaggio. Le pubbliche amministrazioni sono diverse tra loro, per questo bisogna affidare alla contrattazione collettiva, di comparto e integrativa, la disciplina delle diverse modalità di esecuzione del rapporto di lavoro agile, con e senza vincoli di tempo e prevedere adeguate forme partecipative e di confronto  sulle scelte organizzative connesse alle attività e ai servizi che le pubbliche amministrazioni sono chiamate a realizzare, per favorire il consenso e coinvolgimento dei lavoratori per accompagnare i cambiamenti dell’organizzazione del lavoro e dei servizi”.

Inoltre, proseguono, “il contratto deve scrivere le regole fondamentali del rapporto di lavoro agile e diventare così la cornice di riferimento per i contratti individuali previsti dalla legge 81/2017. I contratti devono realizzare, anche attraverso la definizione di un trattamento economico dedicato, quel principio di parità di trattamento giuridico ed economico del lavoratore da remoto con i colleghi che lavorano in presenza. Il rispetto dei limiti massimi di orario di lavoro deve essere garantito con regole chiare ed esigibili del contratto nazionale. Infine, al di fuori delle fasce di operatività e contattabilità, che non possono superare i limiti massimi giornalieri e settimanali che valgono per gli altri lavoratori, deve essere sempre garantito il diritto alla disconnessione e al tempo libero”.

Per i sindacati, quindi, “se per un verso l’Aran e per l’altro il ministro Brunetta annunciano provvedimenti al tavolo del rinnovo dei contratti sul tema lavoro agile, ciò che per noi è importante è salvaguardare la contrattualizzazione del lavoro agile in una doppia funzione: da un lato come utile strumento di innovazione organizzativa e di flessibilità del lavoro per le lavoratrici e i lavoratori, così come di cambiamento e innovazione della pubblica amministrazione attraverso una sempre maggiore digitalizzazione, e dall’altro lato come misura che guarda non solo ai lavoratori fragili ma a tante altre condizioni di lavoro per garantire sicurezza e benessere organizzativo”, concludono Fp Cgil, Cisl Fp, Uilpa e Uil Fpl.