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Guanti e mascherine non devono mai essere gettati per terra. Dopo il primo rapporto Covid sui rifiuti, l’Iss ha aggiornato le indicazioni per lo smaltimento specifico di guanti e mascherine in ambito domestico e sul luogo di lavoro. Se si è positivi o in quarantena obbligatoria mascherine e guanti monouso, come anche la carta per usi igienici e domestici (fazzoletti, tovaglioli, carta in rotoli) vanno smaltiti nei rifiuti indifferenziati, possibilmente inseriti in un ulteriore sacchetto.

Per le attività lavorative i cui rifiuti sono già assimilati ai rifiuti urbani indifferenziati mascherine e guanti monouso saranno smaltiti come tali. Per le altre attività si seguiranno le regole vigenti secondo i codici già assegnati. Si raccomanda, in ogni caso, di non gettare i guanti e le mascherine monouso in contenitori non dedicati a questo scopo, quali, per esempio, cestini individuali dei singoli ambienti di lavoro, cestini a servizio di scrivanie o presenti lungo corridoi, nei locali di ristoro, nei servizi igienici o presenti in altri luoghi frequentati e frequentabili da più persone, ma gettarli negli appositi contenitori.

I contenitori – precisa l’Iss – dovrebbero preferenzialmente essere situati in prossimità delle uscite dal luogo di lavoro, per prevenire percorrenze di spazi comuni (corridoi, scale, ascensori) senza mascherina/guanti e senza possibilità del distanziamento fisico. Si raccomanda di adottare contenitori o comunque soluzioni che minimizzino le possibilità di contatto diretto del lavoratore che si disfa della mascherina o del guanto con il rifiuto e il contenitore stesso. I contenitori dovranno essere tali da garantire un’adeguata aerazione per prevenire la formazione di potenziali condense e conseguente potenziale sviluppo di microrganismi, e collocati preferibilmente in locali con adeguato ricambio di aria e comunque al riparo da eventi meteorici.

Il prelievo del sacco di plastica contenente i rifiuti in oggetto dovrà avvenire solo dopo chiusura dello stesso e ad opera di personale addetto. Si raccomanda che, prima della chiusura del sacco, – osserva l’Iss – il personale dedicato provveda al trattamento dell’interno del sacco mediante spruzzatura manuale (es. 3-4 erogazioni) di idonei prodotti sanificanti. I sacchi opportunamente chiusi con nastro adesivo o lacci saranno assimilati a rifiuti urbani indifferenziati.

I dati. Secondo stime del Politecnico di Torino, relative allo scorso 27 aprile, per le sole mascherine chirurgiche “è possibile stimare che il bisogno di tutte le imprese del solo Piemonte potrebbe raggiungere una cifra teorica prossima a 80 milioni di pezzi monouso/mese. Le imprese italiane nel loro complesso potrebbero avere un bisogno mensile di circa 12 volte tale entità”, cioè quasi un miliardo di mascherine al mese.

EcoEridania è il primo operatore a livello europeo nel trasporto e nel trattamento dei rifiuti di origine ospedaliera e gestisce 23 impianti in tutta Italia e con una capacità complessiva di smaltimento pari a oltre 100.000 tonnellate l’anno. Secondo l’azienda, “guanti e mascherine ci proteggono dal potenziale rischio biologico e quando diventano un rifiuto vanno trattati come rifiuti speciali, ma ancor di più andrebbero trattati come rifiuti pericolosi (ricadendo nel campo di applicazione del DPR 254/2003)”. In sostanza, EcoEridania ritiene che tutti i dpi utilizzati in questi mesi (anche dalle persone che non si trovano negli ospedali) debbano essere smaltiti secondo il procedimento normalmente riservato ai rifiuti ospedalieri.

La pandemia di Coronavirus ha avuto un impatto notevole anche sul settore agroalimentare. Lo sa bene il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, che ci spiega in un’intervista come per un’adeguata ripresa sia necessario semplificare e utilizzare strumenti immediati per la tenuta e il rilancio del settore.

Come favorire la ripresa economica e la tenuta del settore agroalimentare? Oltre ad un numero considerevole di lavoratori, cosa chiedete e cosa vi aspettate dal governo?

Le misure previste dal Decreto Rilancio avranno efficacia se saranno attuate in tempi rapidi. Le imprese hanno urgente bisogno di liquidità e i provvedimenti, trasversali su più ambiti, devono concretizzarsi velocemente. Per credito e fisco, ad esempio, Confagricoltura ha proposto una serie di agevolazioni e sgravi (ad alcuni dei quali il decreto dà in parte risposta), nonché semplificazioni volte a supportare le imprese nella fase di ripartenza e che tengano conto delle loro oggettive difficoltà ed esigenze. C’è, inoltre, la necessità di velocizzare i pagamenti da parte della pubblica amministrazione. Confagricoltura aveva chiesto inoltre l’istituzione di un fondo straordinario per i comparti agricoli in maggiore sofferenza, richiesta che trova risposta nel “Fondo emergenziale a tutela delle filiere in crisi” previsto dal Decreto Rilancio.

Quali responsabilità implica la fase 2 per le imprese?

Il settore agroalimentare, nonostante le difficoltà, non si è mai fermato, garantendo in questi mesi di emergenza i beni di prima necessità sulle tavole degli italiani. Si può dire quindi che le imprese agricole siano sempre state in fase 2, continuando a lavorare in sicurezza in tutto questo periodo, con grandissimo senso di responsabilità e massimo impegno. Le aziende di comparti che hanno dovuto necessariamente fermarsi (es. agriturismi, fattorie didattiche), ripartono, rispettando disposizioni e protocolli di sicurezza, per ospiti/clienti e personale dipendente.

Confagricoltura, inoltre, in qualità di organizzazione più rappresentativa dei datori di lavoro agricolo, si è fatta promotrice, nei confronti del Governo e delle altre parti sociali, dell’adozione di uno specifico protocollo di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19, con l’obiettivo di fornire indicazioni operative concordate e concretamente applicabili negli ambienti di lavoro agricolo che, come noto, presentano specifiche indubbie peculiarità (stagionalità, prevalenza di spazi all’aperto, turn over). A seguito della richiesta della Confederazione si è aperto un tavolo di confronto con le altre parti sociali e i ministeri competenti e si sta lavorando per arrivare, in tempi rapidi, alla definizione di un Protocollo per il settore agricolo.

Presidente, come vede il futuro della Pac? Nonostante l’emergenza Coronavirus in che modo possiamo garantire la sostenibilità ambientale e la tutela delle risorse naturali?

Il tema del futuro della Politica Agricola Comune è tornato di prepotente attualità, non “nonostante l’emergenza Coronavirus”, ma proprio “grazie” ad essa. Abbiamo imparato, tra le tante cose, quanto la Pac sia essenziale per la sostenibilità del Pianeta e quanto sia importante che in futuro venga rafforzata, dotata di risorse adeguate, indirizzata alla produzione ed alla produttività, semplificata in quanto a procedure di gestione delle varie misure ed infine improntata anche all’innovazione ed alla tecnologia applicata al prodotto ed alla sua commercializzazione.

Sul tema della sostenibilità ambientale, le nostre imprese osservano già tutta una serie di adempimenti e rispettano norme orientate a produzioni sostenibili e alla tutela dell’ecosistema. Basti ricordare che già ad oggi una buona parte dei pagamenti diretti ad ettaro sono vincolati al rispetto del “greening” (inverdimento) ovvero una serie di ulteriori adempimenti (ambientali) imposti alle imprese. E il 30% delle risorse dei Piani di sviluppo rurale già adesso deve essere dedicata agli obiettivi ambientali. Dobbiamo quindi dare più sostegno alla nostra agricoltura, perché tutte queste caratteristiche di sostenibilità (mai troppo valutate) sono proprie dei nostri sistemi produttivi.

Abbiamo due anni (ormai è chiaro che non si applicherà infatti prima di gennaio 2023) per riflettere meglio su obiettivi e strumenti della Pac di domani, che sicuramente dovrà mettere al centro la sicurezza alimentare e la salvaguardia del sistema produttivo agricolo europeo. Il Wto ha stimato che nei prossimi mesi si potrebbe registrare per il 2020 un calo del commercio internazionale compreso tra il 13 ed il 32 per cento in base agli scenari più o meno pessimistici. Dobbiamo affidare il rilancio di questa “agricoltura 4.0 post pandemia” ad una visione che valorizzi il ruolo del settore primario e le sue funzioni essenziali. Con la convinzione comune che la strada che abbiamo davanti è irta di rischi ma anche di opportunità; e che la sfida della sostenibilità economica, ambientale e sociale che l’agricoltura italiana sta affrontando responsabilmente da tempo, deve essere al centro della nuova Pac, come sfida per tutti noi e per il nostro futuro.

Cosa pensa della regolarizzazione dei migranti?

Il problema della carenza di manodopera nelle campagne, in questo momento, non può focalizzarsi solo sulle regolarizzazioni, perché è molto più complesso. La regolarizzazione non risolve tutto, sia perché non copre il fabbisogno di manodopera, sia perché non tutti i regolarizzati sono qualificati per lavorare in agricoltura. Per questo abbiamo chiesto fin da subito al Governo di attivare i “corridoi verdi”, ovvero la possibilità di far rientrare in Italia lavoratori stagionali che già da anni arrivano in particolare da Marocco, India e Romania, per lavorare nelle nostre aziende.

Persone qualificate, professionalità specifiche, spesso con abitazione in Italia e un consolidato rapporto di fiducia con le aziende. Confagricoltura, grazie ad un intenso lavoro diplomatico con le ambasciate, ha già organizzato due voli charter dal Marocco (124 persone a bordo di ciascuno) e ne sta preparando un terzo, per riportare lavoratori in 41 aziende, in Abruzzo e a Vicenza. In questa fase emergenziale, avevamo proposto al Governo che anche percettori di sussidi potessero venire a lavorare nelle campagne, senza perdere i loro diritti. Il Decreto Rilancio ora lo consente, ma è tardi perché molti lavoratori che erano in cassa integrazione hanno ripreso a lavorare con la riapertura delle attività industriali e commerciali.

Quali sono le principali criticità riscontrate dagli agricoltori? Di cosa necessitano?

Le imprese hanno bisogno di liquidità, di misure che le accompagnino nella crescita e di manodopera. Sebbene alcune filiere non si siano mai fermate, altre, appunto, hanno subito un brusco arresto. Molti comparti sono in forte sofferenza. La chiusura del canale Ho.Re.Ca., il crollo delle esportazioni e di alcune tipologie di consumi, hanno messo in ginocchio i settori del vino, del florovivaismo, della suinicoltura, per citare i più colpiti. Il lockdown ha anche totalmente azzerato i fatturati degli agriturismi. Confagricoltura ha proposto per tutti questi comparti una serie di interventi, alcuni dei quali sono stati accolti nelle recenti misure varate dal Governo, come ad esempio la rinegoziazione del debito e lo sviluppo e l’ampliamento di garanzie sui crediti per le imprese agricole. 

E’ necessario un coordinamento dell’azione politica, con regole semplici, immediate, meno gravose sul fronte burocratico, che permettano di ripartire con slancio. Servono misure mai pensate per i nostri sistemi produttivi – ribadisce la Confederazione – e patti di filiera. Così come occorre assolutamente aumentare le quote di autoapprovvigionamento e dare un futuro più solido all’agricoltura italiana.