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Da metà agosto in poi abbiamo visto salire il numero di positivi al nuovo coronavirus. Le cronache quotidiane hanno parlato di persone che hanno contratto il virus di ritorno dalle vacanze all’estero (in particolar modo da Spagna, Croazia, Malta e dalle isole greche) e che sono diventate a loro volta veicolo di contagio nelle cerchie di amici, parenti e contatti stretti. Il tracciamento dei contatti ha permesso di individuare un’alta quota di persone asintomatiche (che avrebbero potuto anche manifestare i sintomi della malattia nel giro di qualche giorno) o che avevano sintomi lievi, tali da non accorgersi di avere la COVID-19, nel tentativo di identificare e spegnere il più presto possibile eventuali focolai.

Tuttavia, le micce accese dai tanti cosiddetti “contagi da ritorno” (dalle vacanze) praticamente in tutte le regioni in un momento in cui, dopo i mesi di lockdown, il grande incendio epidemico sembrava quasi spento, evidenzia ancora una volta come la pandemia riguardi tutti i paesi e richieda risposte comuni. Fino a quando l’andamento dei contagi sarà disomogeneo tra i diversi paesi non potremo permetterci di tornare a viaggiare e a spostarci come un tempo. E quanto sta accadendo da un mese a questa parte ce lo sta mostrando impietosamente.

Il rischio è che l’aumento contemporaneo di molti focolai possa rivelarsi troppo forte rispetto all’argine garantito dalla sorveglianza epidemiologica e dal contact tracing sul territorio e mettere di nuovo a dura prova gli ospedali. Il problema, ancora una volta, è la corsa contro il tempo. Anche questa estate, fino all’ordinanza del ministero della Salute del 12 agosto (che stabilisce l’obbligo di sottoporsi a tampone per verificare l’eventuale contagio da Covid-19 per chi arriva in Italia dopo essere stato in Grecia, Croazia, Spagna o Malta), i primi casi positivi sono stati rilevati dopo la manifestazione dei primi sintomi, con un intervallo di alcuni giorni rispetto a quando una persona aveva contratto il virus ed era potenzialmente contagioso. Solo dopo il rilevamento di questi casi, è partita poi la procedura di tracciamento e isolamento dei contatti.

Secondo gli esperti, scrive il Financial Times, si sarebbe potuto guadagnare tempo e limitare la diffusione del coronavirus se fossero stati fatti i test prima delle partenze o se fossero state adottate procedure di tracciamento transfrontaliere, tra un paese europeo e l’altro. Ma, al momento, gli strumenti utilizzati sono frammentati e non c’è condivisione di informazioni e strategie. Basti pensare che il meccanismo di tracciamento paneuropeo, un sistema di allerta rapido, creato nel 1999 per monitorare la diffusione della tubercolosi, è stato sottoutilizzato dagli Stati membri. Dal 2017, sono state registrate appena 408 notifiche, incluse quelle relative alla COVID-19.

Si continuano a perseguire strategie individuali. Le politiche di sanità pubblica sono nazionali e cambiano anche i modi attraverso i quali i singoli paesi rispondono alla nascita dei focolai, rendendo difficoltoso un coordinamento tra i paesi dell’Unione europea. Per fare un esempio, il Belgio e i Paesi Bassi hanno strategie di monitoraggio dell’andamento dei contagi diverse nonostante siano Stati confinanti. Nel frattempo, alcuni paesi, come l’Italia, hanno introdotto misure di quarantena ad hoc e test per le persone che provengono da determinate nazioni. In Francia e nel Regno Unito sono stati introdotti dei blocchi locali. Ma queste decisioni mostrano limiti e debolezze ed evidenziano l’assenza di politiche transfrontaliere e comuni.

«La questione del contagio da rientro è molto seria e va affrontata con direttive comuni», spiega il direttore del Dipartimento di Medicina Molecolare dell’Università di Padova, Andrea Crisanti. «Ma i meccanismi decisionali europei non sono all’altezza del compito e, al punto in cui siamo, il tracciamento non sarà sufficiente a prevenire la trasmissione del virus all’interno delle comunità a meno che non esista una rete di laboratori in grado di fare i test alle persone prima che viaggino. Dobbiamo testare tutti i contatti, i membri della famiglia, i colleghi di lavoro». In sintesi, rintracciare i casi dopo che le persone hanno viaggiato è molto più difficile che testare le persone prima che partano.

Tuttavia, qualcosa si muove, anche se in ritardo. La sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa, ha recentemente annunciato la possibilità di un’intesa con Francia e Spagna per far sì che tutte le persone che viaggiano tra i tre paesi facciano il test prima di partire e prima di fare ritorno a casa. Intanto, gli Stati membri dell’UE stanno lavorando a un meccanismo che consentirà loro di tracciare i casi positivi e i loro contatti oltre confine attraverso app per smartphone che utilizzano uno standard sviluppato da Apple e Google, con il supporto di SAP e Deutsche Telekom. Ma il tutto dovrebbe realizzarsi a ottobre, a stagione estiva conclusa, e al progetto non sta partecipando la Francia, uno dei paesi più visitati al mondo e che sta vedendo un grande incremento dei contagi.

In assenza di un meccanismo di tracciamento paneuropeo, il peso dell’attività di test, tracciamento e isolamento cade tutto sui contesti locali. Secondo una stima del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, per una media di 1.000 casi segnalati al giorno sono necessari fino a 359 addetti. In Spagna, le autorità catalane avevano sottostimato l’aumento dei contagi e si sono trovate senza un numero sufficiente di personale. In Belgio, invece, i governi locali e regionali stanno segnalando l’incongruenza dei sistemi di tracciamento tra le regioni francofone e fiamminghe del paese. «In questo modo non ci sarà mai un tracciamento preciso dei contagi attraverso i confini regionali», ha dichiarato Hans Bonte, sindaco di Vilvoorde, una città fiamminga fuori Bruxelles.

“Non volevo scatenare il panico”: così Donald Trump, 45° presidente degli Stati Uniti d’America, si è giustificato per aver minimizzato la minaccia del nuovo Coronavirus, pur avendo saputo con settimane di anticipo quanto fosse pericoloso, altamente contagioso e “molto più fatale di una forte influenza”. A procurare nuovi grattacapi all’inquilino della Casa Bianca – mentre gli Stati Uniti superano i sei milioni di contagi e si avvicinano ai 200mila morti – è ‘Rage’ l’ultimo libro pieno di rivelazioni ‘scottanti’ sul presidente, dopo quelli della nipote Mary, del suo avvocato Michael Cohen e dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton. Il problema è che a firmarlo e Bob Woodward, forse il giornalista più famoso al mondo, autore con Carl Bernstein dell’inchiesta sul Watergate che portò alle dimissioni di Nixon. Nell’ambiente, insomma, una leggenda. E Woodward racconta con dovizia di particolari che in una telefonata (registrata) il presidente gli confessò che la situazione era molto più grave di quella che lui andava descrivendo pubblicamente. Rivelazioni che, come è immaginabile, hanno alzato un polverone e causato a Trump critiche e accuse, come quella del suo sfidante Joe Biden, secondo cui “il presidente ha espressamente mentito agli Americani”.

Intanto il presidente continua a calare nei sondaggi: l’ultima rilevazione Hill-Harris X vede Biden in testa di 10 punti, mentre secondo Cnbc, in 6 stati in bilico (North Carolina, Florida, Arizona, Pennsylvania, Michigan e Wisconsin) il vantaggio dell’ex vice presidente sarebbe in media di 4 punti, al 49% contro il 45% del presidente. Ma nello staff Dem sanno (memori della sconfitta bruciante di Clinton nel 2016) che tutto può succedere e la vittoria non è ancora in tasca. Per questo l’ex vice di Obama batte palmo a palmo alcuni degli Stati dove si decide la campagna: Pennsylvania, Michigan, Wisconsin (i tre stati che consegnarono la vittoria a Trump nel 2016). E poi ci sono i dibattiti — tre tra i rivali per la presidenza, uno tra i vice Mike Pence e Kamala Harris — e ci potrebbe essere la famosa “October surprise”, un evento che modifica il corso della gara. Per ora, l’unica sorpresa è che il Senato a guida democratica ha bocciato il pacchetto di stimoli all’economia da 650 miliardi presentato dai Repubblicani, giudicandolo troppo ridotto. La bocciatura rende più difficile che nuove misure possano essere prese prima delle elezioni di novembre. E la scorsa settimana sono state registrate 884mila richieste di disoccupazione negli Usa, come era accaduto già in quella precedente: un dato che interrompe il trend di discesa nelle domande delle ultime settimane.

Nel frattempo, oltre novanta incendi stanno bruciando l’intera costa ovest. Il bilancio al momento è di dieci morti e 16 dispersi mentre tra Oregon, California e Stato di Washington sono andati in fumo quasi 14mila chilometri quadrati e un denso e fumoso color arancione ha avvolto il cielo fino a San Francisco. Secondo gli esperti, la portata e l’imprevedibilità di questi incendi è dovuta anche al cambiamento climatico, come hanno notato tutti i governatori coinvolti. “Gli incendi della West Coast sono soltanto l’ultimo esempio di come il cambiamento climatico stia impattando in modo reale le nostre comunità”, ha denunciato su Twitter l’ex presidente Barack Obama. Le immagini apocalittiche che arrivano dalla West Coast non lasciano dubbi: anche quello della protezione del pianeta sarà un criterio nella scelta della presidenza. Michelle Obama, nel suo discorso alla convention Dem lo aveva detto: “votate come se la vostra vita dipendesse da quello. Perché è così”.

Il sondaggio di questa settimana evidenzia un’inversione di tendenza, dopo la ripresa di consenso registrata da Trump nella precedente rilevazione. Solo un quarto degli americani ritiene che il paese stia andando nella giusta direzione, mentre due su tre sono di parere opposto. Preoccupazioni e dubbi sono presenti anche in una parte minoritaria, ma tutt’altro che trascurabile, di elettori repubblicani (38%). L’approvazione per l’operato del presidente fa segnare un arretramento: i sostenitori si attestano al 39% contro il 56% di critici. Anche e valutazioni sulla gestione dell’emergenza Coronavirus sono peggiorate, facendo registrare il divario più ampio da marzo in poi tra insoddisfatti (57%) e soddisfatti (38%). Biden consolida il proprio vantaggio sull’incumbent tra gli elettori registrati, portandosi a 8 punti (48% a 40%).