RubricheL'erba del vicino

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Accetta

LEGGI ANCHE...

Il  virologo professor Francesco Broccolo dell’Università Bicocca svela importanti notizie scientifiche riguardo al Coronavirus. “È successo che a metà ottobre avevamo raggiunto un picco in cui l’80% dei tamponi positivi che effettuavamo nei nostri laboratori, in cui confluiscono campioni da tutta la provincia di Milano, presentavano una carica virale di oltre 1 milione. Con una parte di questa percentuale che superava il miliardo. Si trattava  – spiega l’esperto ad Open – di cariche altissime che indicavano la presenza di un virus attivo, replicante e, dal punto di vista clinico, anche con un’infezione recente. A oggi quell’80% si è ridotto al 20%. E con questo dato ormai è evidente come la carica virale sia da considerare non un indicatore di prognosi della malattia, ma del non meno importante andamento epidemiologico.”

I dati. “Al 19 agosto, quando tutti eravamo tranquilli, con delle positività intorno al 2%, io vedevo la carica virale impennarsi. Tutti mi hanno risposto con stupore parlando di pessimismo. Dopo pochi giorni però -prosegue Broccolo –  l’ondata è arrivata, confermando quanto avevo notato. A metà ottobre il mio annuncio è stato lo stesso di quello estivo, la carica virale aveva raggiunto livelli altissimi e ora, allo stesso modo, sono contento nel poter rilevare una discesa significativa.”

La carica virale. “Al momento – evidenzia l’esperto – non imputerei l’abbassamento della carica a una diversa fisiologia del virus. Piuttosto al diverso comportamento adottato dagli ospiti della malattia, che dopo restrizioni e mini-lockdown hanno permesso, non solo il calo dei contagi ma anche la riduzione della carica virale. Covid-19 come tutti gli agenti virali è mutato più volte in questi mesi, ma gli studi sui cambiamenti non hanno prove di un potenziamento o al contrario di un abbassamento della carica virale. L’unico impatto attualmente riconosciuto dagli studi scientifici è quello sulla capacità di diffusione e quindi sulla maggiore contagiosità”.

“Se il soggetto infettivo ha la mascherina e anche quello ricevente la indossa, considerando che la maschera abbatte di almeno 1000 volte la carica virale, questo ha prodotto una riduzione notevole. In sostanza, chi si contagia lo fa con una dose infettiva più bassa. Ecco ancora una volta dimostrata anche l’importanza, fra tutte le misure, di indossare la mascherina. Credo anche un’altra cosa. La carica virale scesa, in parallelo al calo dei contagi, – rivela Broccolo –  ci sta facendo registrare dei positivi che sono nella fase terminale della malattia. Rileviamo casi in una situazione detta di ‘clearance’ virale, e cioè con una carica che sta andando verso l’azzeramento.”

“Le conseguenze sui test rapidi antigenici sono inevitabili, l’abbassamento li rende a questo punto ancora meno sicuri. Quelli che si usano per lo screening utilizzati anche ora dalle farmacie, sono test certo rapidi ma anche poco sensibili. Questa non è certo una novità. Agli inizi di settembre si parlava di una sensibilità al 60%: su 10 casi positivi il test era in grado di poterne individuare 6. Il punto è che questo dato dipende molto dalla carica virale dei soggetti a cui il test antigenico viene effettuato. Avendo ora un trend in di decremento della carica, è evidente che se prima gli antigenici erano poco affidabili, adesso lo sono ancora di più. E se la carica virale continuasse ad abbassarsi in futuro, – conclude Broccolo – il test rapido riscontrerebbe sempre più falsi negativi.”

E’ ufficiale: negli ultimi giorni, la Cina sta spingendo uno studio secondo cui il Covid sia nato in Italia. La notizia è stata diffusa dal New York Post e lo studio in oggetto sarebbe quello condotto dall’Istituto nazionale tumori (Int) di Milano, in collaborazione con l’Università degli Studi del capoluogo lombardo, l’Università di Siena e VisMederi srl.

Il Paese asiatico ci sta manipolando? La Cina, secondo il New York Post, starebbe usando lo studio “per sollevare dubbi sulla convinzione che la Cina sia stata il luogo di nascita della pandemia”. A Pechino, infatti, secondo quanto scrive ‘Qui Finanza’, alcuni funzionari starebbero mettendo in risalto proprio la ricerca italiana. Qualche mese fa, la Cina aveva accusato della nascita della pandemia la Spagna, accendendo i riflettori anche sull’esercito statunitense, sospettato di aver portato il virus a Wuhan a ottobre 2019 durante i Giochi mondiali militari.

Lo studio. Secondo il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijiain, questo studio conferma ancora di più che tracciare l’origine del virus è una complessa questione scientifica “che dovrebbe essere lasciata agli scienziati, è un processo fluido che può coinvolgere numerosi paesi”. La stessa Oms ha fatto sapere che è possibile che il virus “circolasse silenziosamente altrove” prima di essere rilevato a Wuhan.

Il ritardo nella comunicazione. Al momento, molti scienziati sono titubanti sui risultati dello studio italiano. Altri fanno notare come non possa essere trascurato il fatto che il Covid sia comunque partito dalla Cina. Lo stesso Giovanni Apollone, dell’Istituto nazionale tumori di Milano che ha condotto la ricerca, ha detto al Times che il fatto che la Cina abbia ritardato l’annuncio del suo focolaio non consente di sapere quando l’epidemia abbia dilagato in Asia.

I dati in Italia. Dallo studio emerge come il Covid circolasse in Italia in modo asintomatico già a settembre 2019, considerazione che si basa sull’analisi di campioni di sangue prelevati tra settembre 2019 e marzo 2020 ai partecipanti a uno screening sul tumore al polmone, per monitorare la data di insorgenza, la frequenza e le variazioni temporali e geografiche nelle Regioni italiane. Con una certa sorpresa dei ricercatori, è emerso che l’11,6% (111 su 959) di loro aveva gli anticorpi al Covid, di cui il 14% già a settembre, il 30% nella seconda settimana di febbraio 2020. Il maggior numero (53,2%) era in Lombardia.