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Quali mascherine indossare con il caldo? Le alte temperature purtroppo determinano un certo fastidio per quanto riguarda il fatto di coprirsi il volto con il dispositivo necessario per evitare rischio di contagio. A tal proposito, in un post su Facebook, l’infettivologo Matteo Bassetti, direttore della clinica Malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova, ha consigliato il miglior modello da indossare per limitare la “sofferenza” che si prova. 

“Le migliori mascherine da usarsi in questa fase, specie ora che è comparso il caldo, sono quelle chirurgiche e non le Ffp2 – scrive Bassetti – Queste ultime infatti, oltre a costare molto di più, aumentano molto la temperatura facciale, sono più scomode e hanno minor aderenza. Lo dimostrerebbe un interessante lavoro pubblicato sull’International Journal of Environmental Research and Public Health.Per strada vedo ancora troppa gente con le Ffp2 perché pensano siano migliori. Lasciamole agli operatori sanitari e continuiamo ad usare, quando servono, le mascherine chirurgiche”, evidenzia Bassetti.

Apertura frontiere esterne. “L’Europa infatti riapre a 15 nazioni, ma l’Italia no. Quarantena per chi arriva da Paesi extra Ue. Giusto così almeno fino a che anche gli altri paesi non avranno completamente controllato i loro focolai” prosegue ancora Bassetti in merito alla decisione del Governo sulla quarantena obbligatoria per gli arrivi extra-Schengen. “Visti i numeri del nostro paese e l’eccezionale lavoro svolto, che ci ha portato ai titoli di coda di questo primo focolaio epidemico italiano di Covid-19, trovo molto giusto – conclude – l’atteggiamento del governo italiano di controllo degli ingressi.”

Cresce la preoccupazione nel bolognese dove, nel magazzino di Bartolini alle Roveri sono saliti a 113 i casi di positività al Covid-19 mentre sono attesi gli esiti di altri tamponi. Attualmente i contagiati individuati dalle autorità sanitarie sono tutti tra i lavoratori e i loro familiari, 87 dei quali risulterebbe positivo ma asintomatico. Nel dettaglio, si tratta di circa la metà del personale che a Bologna è costituito soprattutto di lavoratori extracomunitari provenienti dal Nord Africa e dai paesi dell’Est.

Intanto nella sede bolognese dell’azienda di logistica, mentre proseguono i controlli a tappeto pianificati dall’Ausl in collaborazione con la direzione dell’impresa e l’ispettorato del lavoro, iniziano a circolare voci in merito ad una possibile chiusura del magazzino, sollecitata anche dai sindacati, per evitare la diffusione del contagio.

Ed è proprio in merito agli aspetti relativi alla sicurezza che si discute. C’è grande preoccupazione anche tra i dirigenti sindacali che premono per capire l’origine del focolaio e verificare che siano stati applicati tutti i protocolli di sicurezza stabiliti a livello nazionale. Tra chi porta alla luce uno scarso utilizzo dei dispositivi di protezione nonché delle mascherine e chi denuncia condizioni igieniche e sociali inadeguate in cui vivono gli immigrati impiegati nel centro di logistica, la situazione non è delle migliori. “I lavoratori assunti nel magazzino – denuncia Massimo Colognese, segretario regionale della Filt Cgil a Collettiva.it – vivono in condizioni precarie, magari in sette o otto nello stesso appartamento”.

Ricostruire la mappa del contagio, quindi, è fondamentale anche per il sindacato autonomo Si Cobas, al quale sono iscritti la maggior parte dei lavoratori, che chiede “un incontro urgente con la giunta comunale perché, ascoltando lavoratori, responsabili per la sicurezza e sindacato, senza più titubanze, i luoghi in cui non sia garantita la sicurezza di chi lavora vengano chiusi, sanificati e riorganizzati non in funzione del profitto ma della salute”. Il sindacato, infatti, dichiara che sono 130 i lavoratori impiegati nel magazzino e che al cambio turno condividono gli spogliatoi e alle 19.30 la mensa. “I bagni sono in totale 10, utilizzati anche dai corrieri e dagli oltre 30 lavoratori delle agenzie interinali, che cambiano di giorno in giorno”, denuncia il sindacato che dà appuntamento al presidio organizzato per oggi, 2 luglio, in Piazza Maggiore.

A preoccupare è anche il centro d’accoglienza in via Mattei. “In Brt, come in tutto il settore della Logistica, lavorano i facchini dipendenti di cooperative o società mordi e fuggi in appalto, così i corrieri suddivisi in decine di cooperative, e i lavoratori delle agenzie interinali, quelli più ricattabili, quelli che lavorano un giorno qui ed uno lì. Due dei contagiati – si legge nella nota della sigla sindacale – provenivano dal Centro di accoglienza di via Mattei. La stragrande maggioranza di questi lavoratori sono infatti immigrati. Mentre il settore della logistica incrementa a ritmi sostenuti i suoi profitti, questi lavoratori sono stipati in capannoni privi dei più elementari diritti e comfort. La catena del loro sfruttamento lavorativo e sociale corrisponde a quella del contagio”, dichiara la sigla.