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È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, il 22 settembre, il decreto legge n.127 del 2021 che contiene le “misure urgenti per assicurare lo svolgimento in sicurezza del lavoro pubblico e privato mediante l’estensione dell’ambito applicativo della certificazione verde COVID-19 e il rafforzamento del sistema di screening”. Questa la dicitura completa, ma in realtà quello che è noto come Green Pass sul lavoro, cambierà profondamente il modo di lavorare di tutti gli Italiani, anche se bisogna fare le dovute differenze perché non tutto avverrà in maniera così “automatica”. 

Per capire in quale direzione stiamo andando e come si dovranno muovere datori di lavoro e lavoratori a partire dal 15 ottobre lo abbiamo chiesto a Sara Bolzani, avvocata con esperienza in diritto del lavoro, privacy e contrattualistica e a Roberta Vaia, della segreteria della Cisl di Milano. Inoltre abbiamo parlato con Greta, mamma single che ha incontrato diversi problemi a causa del fatto di non essere vaccinata.

Il Green Pass sul lavoro in Europa. Ma prima di tutto cosa succede nel resto d’Europa? Quali Paesi sono allineati all’Italia? Il Regno Unito ha sperimentato il Green Pass per i locali notturni, concerti, eventi ecc… ma non sui luoghi di lavoro e a oggi i controlli negli esercizi commerciali sono su base volontaria.

In Spagna non serve il Green Pass per lavorare, ma neanche per andare in palestra o al ristorante. Eccezion fatta per alcuni obblighi locali, a dover dimostrare di essere vaccinati o di avere effettuato un tampone con esito negativo sono solo gli insegnanti e i sanitari. Nella vicina Svizzera, c’è il Green Pass per entrare nei teatri, musei ecc… ma per quelli di lavoro è a discrezionalità dei datori. Stessa cosa in Germania dove però le aziende offrono incentivi a chi si vaccina  e dall’1 novembre non sarà dato lo stipendio ai non vaccinati in quarantena. E la vicina Francia? Nonostante l’uso della Certificazione Verde sia molto diffuso, a doverla esibire è chi lavora nei ristoranti, cinema, centri commerciali, impianti sportivi, festival, fiere. Non è invece richiesta al personale scolastico. Quanto alla Grecia, l’obbligo del vaccino c’è per sanitari e personale RSA mentre gli altri lavoratori, non vaccinati, devono fare un tampone doppio a settimana.

Per i sanitari resta l’obbligo vaccinale. E l’Italia? Come sappiamo dal 15 ottobre e fino al 31 dicembre 2021, il Green Pass sarà richiesto a tutti i lavoratori ma rimarranno ancora delle differenze. 

Ci spiega infatti l’avvocata Sara Bolzani: “Stando a quanto previsto dall’art. 1, che fa salvi gli articoli del decreto legge n. 44 dell’1 aprile 2021che si riferiscono al personale sanitario, per questa categoria rimane in vigore l’obbligo di vaccinazione, non di esibizione del Green Pass (che ricordiamo si può avere anche con l’esito di un tampone negativo o con guarigione dal Covid, ndr), vaccinazione che è posta come requisito per l’esercizio della professione”. 

Prima di essere sospeso, sempre secondo il decreto legge 44/2021, il lavoratore può essere spostato in un ufficio dove non ha contatti con altri o si può prevedere la modalità in smart working. Teoricamente, dunque, l’operatore sanitario può essere reimpiegato, e questo anche se comporta una posizione di livello inferiore rispetto alla precedente e una conseguente riduzione della paga. Se ciò non è possibile viene sospeso senza licenziamento e senza stipendio”.

Proprio a questo proposito, il tribunale del lavoro di Milano il 16 settembre con la sentenza n. 2135, ha giudicato illegittima la sospensione non retribuita di un’operatrice sanitaria non vaccinata questo perché, prima di procedere in tal senso, si sarebbe dovuto provare a ricollocarla. 

Se pertanto per chi lavora nella sanità, si fa riferimento al decreto di aprile, cosa cambia invece con quello di settembre? E di conseguenza per tutti quei lavoratori che non sono esentati dal Green Pass per esempio per motivi di salute riconosciuti o reazioni allergiche?

Come funziona l’assenza ingiustificata per chi non ha il Green Pass. Come ci spiega l’avvocata: “rispetto alla bozza del decreto, nella versione pubblicata il 22 settembre sulla Gazzetta Ufficiale non c’è più la parola sospensione ma si parla di assenza ingiustificata per il lavoratore senza Green Pass. Significa che qualora ci sia un controllo, la persona viene mandata a casa, ma senza conseguenze disciplinari. Non ha diritto allo stipendio durante la sua assenza ma alla conservazione del posto di lavoro. Inoltre, può mettersi in regola dal giorno successivo presentando un tampone con esito negativo o decidendo di vaccinarsi”.

A questo va aggiunto che può avere una sanzione amministrativa che va dai 600 ai 1500 euro oltre che conseguenze disciplinari secondo i rispettivi ordini di appartenenza, anche se tali sanzioni, così si legge, vengono irrogate dal Prefetto. 

Il datore di lavoro può sostituire una persona che è assente? “Può farlo, secondo il decreto, solo nelle aziende con meno di 15 dipendenti e dopo 5 giorni di assenza ingiustificata” spiega Bolzani. “In tal caso può assumere un’altra persona con un contratto a termine di 10 giorni prorogabile per altri 10. Certo, bisogna vedere quanto l’assenza ingiustificata incida sull’impresa così come considerare che se è vero che il datore di lavoro può sostituire l’assente, questo avviene per un tempo limitato”. E aggiungiamo: non è così facile trovare nuovo personale, a meno che non ci si rivolga a qualcuno che si conosceva già, così come non è facile favorirne l’inserimento. Spesso l’onboarding richiede mesi e in una situazione simile manca il passaggio di consegne. “Inoltre se il privato teoricamente può assumere una persona vagliando un curriculum, questo non avviene nel pubblico, ci deve essere la previsione di bilancio per una nuova assunzione così come seguire determinate procedure di assunzione, ad esempio attraverso concorsi”.

Come avviene il controllo da parte dei datori di lavoro. L’articolo 1 al comma 4 dice chiaramente che i datori di lavoro “sono tenuti a verificare il rispetto delle prescrizioni”, ma come avverrà questo controllo? Sempre stando al Decreto, articolo 1, comma 5, i datori di lavoro “definiscono, entro il 15 ottobre, le modalità operative per l’organizzazione delle verifiche di cui al comma 4, anche a campione, prevedendo prioritariamente, ove possibile, che tali controlli siano effettuati al momento dell’accesso ai luoghi di lavoro, e individuano con atto formale i soggetti incaricati dell’accertamento e della contestazione delle violazioni degli obblighi”. 

Ciò significa, che “non c’è nel testo legislativo un obbligo del datore di lavoro in merito a questa comunicazione nei confronti dei dipendenti, ma va da sé che per una questione di trasparenza, è giusto specificare come avverrà”, precisa l’avvocata.

C’è da dire poi che il Decreto non parla né di quante volte vada fatta questo controllo che “potrebbe avvenire quotidianamente ma anche a campione: tutto è rimesso dunque al datore di lavoro che non si può sottrarre a questo obbligo di verifica, ma che, al momento, sembra poter decidere come e quando farlo”. E chi si occupa di verificare il Green Pass dei lavoratori? “Il datore di lavoro che, tramite un non meglio precisato “atto formale”, può dare un incarico a un suo dipendente. La parola formale ci può far presupporre che avvenga per iscritto specificando le modalità. Quanto invece al tenere traccia di chi ha il Green Pass e chi no”, aggiunge l’avvocata “stando al testo normativo, il datore di lavoro non è tenuto a conservare nessun registro, anche per motivi di privacy. La soluzione migliore può essere l’uso di un’app o di una colonnina dove il lavoratore passa il QR Code: se tutto a posto, entra, sennò torna a casa. L’app di verifica comunque non memorizza i dati e non li trasmette a terzi”.

E chi controlla i… controllori? “Non è stato chiarito chi dovrà controllare i datori di lavoro, certo è che tale dovere è stato ricondotto all’obbligo di legge, che incombe ad ogni datore di lavoro pubblico o privato, di garantire la la sicurezza nei luoghi di lavoro”.
Quanto ai tamponi e alla loro gratuità, se ci sono aziende come Naturasì che vanno in questa direzione, nel Decreto si fa riferimento solo ai prezzi calmierati che, come ci spiega Bolzani, “comporteranno che tutte le strutture sanitarie autorizzate, convenzionate o accreditate e aderenti al protocollo di intesa debbano agire in tal senso”.

Sui tamponi gratuiti si sono espressi anche i sindacati come la Cisl che, come ci spiega Roberta Vaia della segreteria di Milano, “non dovrebbero essere né a carico del datore di lavoro né tantomeno dei lavoratori. Si tratta di costi alti da sostenere, basti pensare a una regione come la Lombardia in cui ci sono molte piccole aziende che non potrebbero permetterselo”. 

Vaccinazione obbligatoria e rispetto dei protocolli anticontagio. A ogni modo per il sindacato, “l’introduzione del Green Pass è stata un bene, una misura omogenea perché quando si è iniziato con i ristoranti e successivamente con la scuola, abbiamo iniziato ad assistere a una sorta di ‘guerra tra poveri’ che portava a differenze tra i vari lavoratori. Nonostante questo il noi crediamo che ci vorrebbe l’obbligo vaccinale” precisa Vaia. “Questo ci permetterebbe di risolvere tutte le tensioni: basti pensare che in un’azienda se entra un fornitore deve avere il Green Pass, se si lavora nel pubblico l’utenza non è tenuta ad averlo. Questo porta a una disomogeneità che solo l’obbligo per tutti potrebbe eliminare. Il sindacato non entra in merito a quanto stabilisce la scienza, ma su quel che riguarda i diritti dei lavoratori e la loro sicurezza. Ecco perché bisogna continuare a rispettare i protocolli anticontagio e tutto quello che può rendere gli ambienti più sicuri. Devo dire che già dall’anno scorso quando sono stati attivati questi protocolli sulla sicurezza, questo ci ha portato a coinvolgere sempre di più gli RLS, Rappresentanti dei lavoratori di sicurezza che hanno un ruolo importante. Noi come sindacato puntiamo sul fare una formazione continua, sul coinvolgerli e sulla loro consapevolezza”.

E come vive questa situazione chi cerca lavoro? “Il Green Pass non può essere considerato come un modo per discriminare i lavoratori” precisa la sindacalista “ e su questo non c’è accordo che tenga”.

Eppure in alcuni annunci di lavoro comincia a essere richiesto e c’è chi non viene assunto perché non vaccinato. A raccontarcelo è Greta, 33 anni di Torino e mamma single di 2 figli di 14 e 10 anni che da ex responsabile di sala per bar e ristoranti, causa Covid sta provando a lavorare con i bambini dato che in passato aveva gestito un micronido.

Sì, puoi essere scartato perché non vaccinato. A me è successo con una scuola di danza per bambini: mi sono candidata per un posto da segretaria e nonostante mi fossi detta disponibile per il tampone ogni volta che fosse necessario, non sono stata presa perché non vaccinata. Mi hanno detto ‘Non ci sentiamo tranquilli ad assumerti’. D’altra parte per me non è facile: soffro di cefalea cronica e non posso neanche prendere la pillola anticoncezionale perché sono a rischio trombosi. Il vaccino mi fa paura, se mi succedesse qualcosa chi si prenderebbe cura dei miei figli? Io stessa ho avuto con mio figlio una brutta esperienza di reazione allergica a un vaccino.

Quanto al lavoro, la stessa cosa mi è capitata anche per un lavoro come babysitter: sarebbero stati solo 2 giorni a settimana quindi avrei fatto il tampone, ma nonostante ci sia stato fin da subito un bellissimo feeling con la famiglia e nonostante il fatto che avrei sempre avuto la mascherina, la cosa non è andata avanti. In questo caso, comunque, posso anche capirlo, ma come segretaria di scuola di danza i contatti sarebbero stati limitati e comunque sarei andata al lavoro solo dopo aver fatto il tampone, avrei indossato la mascherina e sarei stata dietro il plexiglas. Ho fatto altri colloqui e sono in attesa di vedere come proseguiranno anche perché il sostegno datomi dalla Naspi si è concluso e in qualche modo devo andare avanti ”.

“D’altra parte – ha dichiarato il Presidente NOSCHESE – nel settore governato dalla mia branch alcuni importanti segnali di ripresa ci sono stati, ma il recupero della situazione pre-Covid è ancora lontano. Dei 25 milioni di persone che, in media, partono tra giugno e settembre, 4,5 quest’anno non lo hanno fatto, il 71% ha fatto un soggiorno di solo 5 notti, il 18% soggiorni più brevi”.“Ma noi non ci arrendiamo mai – ha continuato il nuovo Presidente di CONFASSOCIAZIONI Tourism, Food, Hospitality – perché ogni crisi genera opportunità: il settore ha un nuovo Ministro dedicato e con portafoglio, e ci saranno fondi e sgravi fiscali per rinnovare gli alberghi. Credo che il 2022 sarà l’anno della ripresa ma tutti dobbiamo fare la nostra parte. E ai giovani che aspirano a lavorare nel turismo, diciamo di non smettere mai di formarsi per far salire l’Italia dal quinto al primo posto tra le mete preferite nel mondo”.

 “Una strada per superare la crisi del settore
– ha aggiunto Clara Trama, nuovo Vice Presidente Esecutivo di CONFASSOCIAZIONI Tourism, Food, Hospitality e Presidente dell’Associazione Italiana Wedding Planner – è quella della formazione continua e delle certificazioni. Da poco sono state approvate le procedure di certificazioni di professioni del turismo quali il general manager, il covid manager e il wedding planner. Tutto questo serve ad avere un maggior livello di qualificazione a livello nazionale ed internazionale, offrendo maggiori garanzie a chi si rivolge a queste figure”.
 Completano la grande squadra di CONFASSOCIAZIONI Tourism, Food, Hospitality importanti protagonisti come Annamaria TIOZZO, Vice Presidente con delega al Turismo Religioso e Consigliere Delegato del Presidente DEIANA per l’EXPO Dubai 2020, Paolo CAPURRO, Vice Presidente con delega al Banqueting, Tiziana BRIGUGLIO, Vice Presidente con delega alla Comunicazione ed Eventi, Alberto D’ALESSANDRO, Vice Presidente con delega alle Relazioni Comunitarie ed Istituzionali, Stefano POTORTÍ, Vice Presidente con delega al Turismo Formativo, Chiara PACIFICO, Vice Presidente con delega al Wedding Planning, Francesco COMOTTI, Segretario Generale della branch.
 “Abbiamo affidato al Presidente NOSCHESE – ha dichiarato il Presidente di CONFASSOCIAZIONI Angelo DEIANA – una missione difficile ma straordinariamente importante: costruire una piattaforma di consolidamento in questo settore. Un contesto complesso in cui CONFASSOCIAZIONI è consapevole della necessità di supportare la domanda con un’offerta di tipo qualitativo ma basata su format industriali globali di altissimo livello. Questo è l’orizzonte strategico che vogliamo perseguire per valorizzare un settore come quello turistico che vale il 13,7% del PIL, valutandolo anche solo in un perimetro ristretto, senza le logiche del wine, del beverage e degli affitti brevi. Per questo è importante sottolineare come la questione ‘turismo’ sia ancora troppo poco al centro del dibattito sulla ripresa. Dobbiamo fare di più e noi vogliamo esserci”.