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Quali effetti ha avuto la decontribuzione prevista dalla Legge Fornero sull’assunzione delle lavoratrici? È la domanda a cui si è cercato di rispondere durante il workshop di questa mattina dal titolo ‘Decontribuzione e politiche per l’assunzione delle lavoratrici’ organizzato dall’Inps a palazzo Wedekind a Roma, attraverso due ricerche a cura della Direzione centrale Studi e Ricerche dello stesso Istituto. Un evento a cui hanno partecipato, fra gli altri: Pasquale Tridico, presidente Inps, Gabriella Di Michele, direttrice generale Inps, Susanna Camusso e la ministra della Famiglia e delle Pari Opportunità, Elena Bonetti.

evento inps decontribuzione donne 1


L’Italia è fanalino di coda in Europa per quanto riguarda l’occupazione femminileche è pari al 48.5%, rispetto al 62,4% dell’Ue, un dato che scende se si prende in considerazione il Sud Italia, 32.3%, e le isole, 33.2%. La strategia di Lisbona aveva fissato al 60% il tasso di occupazione femminile da raggiungere entro il 2010. Nel nostro Paese persistono ancora delle differenze salariali fra lavoratori e lavoratrici, 3.8% nel settore pubblico, 17% nel settore privato. Per completare il quadro non si può non sottolineare come persistano ancora forti penalità derivanti dalla nascita dei figli, una condizione che incide anche sulla bassa fecondità, circa 1.3 figli per donna, registrata in Italia.

evento inps decontribuzione donne 1


Dai risultati si evidenzia che le politiche di decontribuzione hanno contribuito alla riduzione del costo del lavoro, circa 1.985 euro per lavoratore, ma non c’è stato alcun effetto sul salario netto dei beneficiari. La decontribuzione è uno strumento efficace per promuovere l’occupazione femminile e ridurre il divario occupazionale di genere, ma non è una policy sufficiente per ridurre il divario salariale di genere. 

TRIDICO: “FONDI DECONTRIBUZIONE PER INTERVENTI MIRATI”

L’Italia è fanalino di coda in Europa per quanto riguarda la percentuale di lavoratrici, per questo l’Inps ha organizzato, questa mattina a Roma, un workshop dal titolo ‘Decontribuzione e politiche per l’assunzione delle lavoratrici’. L’obiettivo è capire quali effetti abbiano avuto le politiche di decontribuzione sull’occupazione femminile. “Purtroppo siamo lontani dai livelli occupazionali femminili dei Paesi nordeuropei, come la Svezia e anche la Francia – ha dichiarato il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico – Le politiche di decontribuzione possono aiutare se sono affiancate efficacemente da politiche di conciliazione lavoro e famiglia”. 

Per politiche di conciliazione si intende “tutto ciò che sta intorno alla cura dei bambini e della casa, che non deve ricadere soltanto sulla donna, ma anche sulla famiglia in generale e sul Pubblico”, ha continuato. E in questi anni, lo scoglio maggiore è stato rappresentato sia dalle risorse che dai servizi, ma anche da un aspetto culturale. “Nel 2021 l’Inps in totale ha speso 24 miliardi a vantaggio della decontribuzione per tutte le tipologie, probabilmente molte di queste aziende avrebbero comunque assunto. Quindi, bisognerebbe utilizzare questi fondi per la riduzione del cuneo fiscale da una parte, e per interventi mirati di decontribuzione per le donne e i giovani”, ha concluso Tridico.

BONETTI: “FAMILY ACT PROMUOVE LAVORO FEMMINILE E GIOVANILE”

Per fare in modo di aumentare “quantità e qualità del lavoro femminile ci vuole una strategia, ed è quello che il Governo ha fatto con la prima strategia per la parità di genere”. Lo ha detto il ministro per la Famiglia e le Pari Opportunità, Elena Bonetti, a margine del workshop ‘Decontribuzione e politiche per l’assunzione delle lavoratrici’ organizzato questa mattina dall’Inps a Roma. “Servono leve di carattere fiscale come la decontribuzione – ha continuato – che ha dimostrato di essere uno strumento efficace non solo per l’entrata nel mondo del lavoro, ma anche per la permanenza. Con la legge di bilancio decontribuiamo i contributi a carico della lavoratrice per le donne che rientrano a lavoro dopo la maternità”.

Accanto a questo “servono politiche che vadano a sostenere da un punto di vista finanziario le famiglie, in particolare quelle in cui anche le donne lavorano, proponendopercorsi di permanenza nel mondo del lavoro per le donne, formazione, formazione alle nuove competenze e ovviamente strumenti di condivisione e conciliazione per le donne e per gli uomini”, sottolinea Bonetti. In questo senso “fondamentali sono i congedi di paternità accanto a quelli di maternità”. Tutto questo “è inserito nella riforma del Family act che per la prima volta nel nostro Paese, a partire dall’assegno unico universale, che partirà da gennaio, promuove insieme politiche a sostegno della natalità e della genitorialità, oltre al lavoro femminile e giovanile”.

CAMUSSO: “LEGGI POSSONO AVERE VALORE SIMBOLICO DI CAMBIAMENTO”

“Ci sono degli stereotipi che guidano molte scelte e c’è una dimensione patriarcale della società per cui è chiaro che bisogna agire sia dal punto di vista delle leve fiscali, ma anche dal punto di vista culturale. I provvedimenti che si fanno e le leggi possono però avere anche un valore simbolico di cambiamento. Usare il termine paternità obbligatoria implica un cambiamento culturale e non solo delle norme”. Lo ha detto Susanna Camusso a margine del workshop organizzato oggi dall’Inps, dal titolo ‘Decontribuzione e politiche per l’assunzione delle lavoratrici’. 

Le donne lavorano da sempre, ricorda l’ex leader della Cgil, “il problema è il riconoscimento del loro lavoro, della loro retribuzione e valorizzazione, nonché del riconoscerlo socialmente. È questa la grande partita che si è aperta: determinare che non esiste lavoro gratuito e che deve essere sempre riconosciuto. Da questo punto di vista sicuramente abbiamo fatto dei passi in avanti, ma anche dei passi indietro se guardiamo ai numeri della disoccupazione femminile del 2020, che ci dicono come sia fragile questo sistema e come sia facile tornare indietro. In qualche caso – ha concluso Camusso – si è andati più avanti dal punto di vista delle statistiche e del lavoro e meno dal punto di vista culturale”.

Fonte: Agenzia Dire

Il settore dell’autotrasporto ha due priorità rispetto alla questione degli autisti: da un lato la carenza strutturale di queste figure lavorative che ha raggiunto dimensioni preoccupanti, ossia una necessità compresa tra i 15-20 mila trasportatoriDall’latro, l’esigenza di un’ampia e diffusa riqualificazione professionale di quelli in attività, condizione indispensabile per il passaggio alla mobilità sostenibile e green. 

E’ necessario investire in un massiccio piano di formazione degli autisti verso le competenze dell’Ecodrive. Ad oggi questi costi sono tutti a carico delle aziende del settore e costituiscono un ulteriore aggravio sul piano degli importi con conseguenti ricadute sui salari degli autisti. Un circolo vizioso che bisogna spezzare sia per invertire la tendenza cronica della carenza di autisti, sia per garantire un effettivo passaggio alla mobilità green che non metta a ulteriormente a rischio l’intero comparto. Ricordiamo che parliamo di un ambito che ha ricadute dirette sull’intera economia e sull’approvvigionamento dei beni materiali ben noti.

Il Green Bonus Formazione. In Italia i trasportatori sono circa 1 milione secondo le stime del Ministero dei Trasporti e il 45,8% ha più di 50 anni. Oltre la necessità di attrarre i giovani alla professione e favorire un necessario ricambio generazionale – solo lo 0,4% ha meno di 24 anni e il 18,1% meno di 40 anni – occorre investire nella formazione degli autisti verso le nuove competenze green.

“Tutto ha un costo e ne ha uno molto grande anche il passaggio ad un’economia a zero emissioni. Come detto dal Ministro per la Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, la sostenibilità, la difesa dell’ambiente, hanno un costo, ed è anche molto alto, perché dobbiamo investire su tecnologie molto impegnative e infrastrutture nuove. Per l’autotrasporto questo costo rischia di generare un processo di mobilità (in)sostenibile – spiega il presidente di ConfMobility, Roberto Verano -. 

La frammentazione del settore, i problemi strutturali e gestionali mai risolti, come la carenza autisti in primis, l’esposizione finanziaria delle imprese, la concorrenza (sleale) estera, i costi primari come pedaggi e carburante che crescono in maniera costante mentre le tariffe, nella migliore delle ipotesi, rimangono le stesse, sono tratti distintivi del nostro settore.  Domani il mercato richiederà aziende con mezzi green, autisti qualificati su competenze ecodrive, capaci organizzate per fare intermodalità e digitalizzate.

Questi investimenti li pagherà l’azienda che vivrebbe in modo insostenibile, a queste condizioni, il passaggio ad una mobilità green.  Lo stato deve fare la sua parte e dedicare risorse pubbliche per il sostengo alla transizione dell’intero comparto fatte di migliaia di aziende e di 1 milione di lavoratori. Da qui le nostre proposte come il Green Bonus Formazione. Utilizziamo una parte delle risorse del PNRR per investire sulla mobilità sostenibile, sulle aziende e sui lavoratori di un settore strategico per l’economia e per la transizione ecologica”.