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Senza dare l’ultimatum al governo, Nicola Zingaretti detta l’agenda: “Sosteniamo il governo finchè questo fa le cose che servono a Paese”. La ‘lista Zingaretti’, nella speranza dello stato maggiore dem, dovrebbe aprire quella che il segretario chiama la “Fase della concretezza”. Va aperta, secondo quanto afferma, “una fase nuova all’insegna del fare e della concretezza”, che passa dalle riforme per il superamento del bicameralismo perfetto. “Abbiamo pronto un testo di legge che depositeremo a breve alla Camere”, annuncia, e da una nuova legge elettorale, oltre a nuovi regolamenti parlamentari. Insomma, il pacchetto dell’accordo ‘allegato’ al taglio dei parlamentari su cui il Pd è determinato a dare battaglia in parlamento e fuori. A questo, poi, il segretario aggiunge la “riforma del sistema delle autonomie locali”.

Pressing del Pd sulle riforme. Il premier, Giuseppe Conte, invece, sostiene che non ci sarà un rimpasto. ‘Non mi sembra che il Pd ponga questo tema – spiega- ma pone un problema di rilancio dell’azione anche alla luce della sfida del Recovery’. “Come ha detto molto bene Orlando poniamo dei temi di carattere politico e di contenuto. Non abbiamo mai posto altro. Starà poi al presidente del Consiglio nella sua totale libertà valutare sia il merito dei contenuti che la squadra. Non è il Pd che pone questo tema”, ha detto Zingaretti, rispondendo a una domanda sul rimpasto.

Il messaggio dei pentastellati.  “Il nostro dovere – ha dichiarato, in una diretta su Fb, Luigi Di Maio – è dimostare di mantenere la parola e non solo con il taglio dei parlamentari ma con una legge elettorale che ci eviti distorsioni e paracudati nei collegi. E poi la riforma dei regolamenti parlamentari: non dico di abolire il vincolo di mandato ma almeno” per introdurre regole che non consentano di “cambiare sempre casacca”.

“Noi sui territori dobbiamo essere in grado di aggregare e non di escludere. In queste ore c’è chi alle comunali ha provato a mettere insieme delle coalizioni e ora sta andando ai ballotaggi – ha aggiunto Di Maio – . Sarò nei territori per sostente i comuni che vanno al ballotaggio. Non dico che chi non lo ha fatto non è stato coraggioso: ma i cittadini italiani votando hanno dato un segnale premiando chi ha provato ad aggregarsi”.

Il Covid non si arresta, i contagi tornano a salire, così come i ricoveri, le terapie intensive, e molto lentamente anche i decessi. Ma rispetto alla prima ondata, cosa è cambiato nella seconda? Nella prima ondata, secondo quanto riporta l’Agi, il sistema non era pronto (in Italia ma anche, come si è visto, nel resto del mondo), quindi la quota di malati non identificati da screening e tracciamenti è via via aumentata. E’ cambiato, quindi, il denominatore, che ampliandosi e comprendendo schiere di positivi senza sintomi, specialmente i giovani che nella prima fase erano quasi del tutto sfuggiti ai radar, ha causato il calo matematico della quota di casi gravi o gravissimi.

I dati. Tuttavia, sono migliorate le capacità diagnostiche dei medici, la risposta del sistema sanitario, la protezione verso le categorie più fragili (a partire dalle Rsa falcidiate dalla prima ondata), le misure di protezione ormai adottate da mesi, cui si aggiunge la riduzione dell’età media, che dai 60 anni della prima fase è scesa sotto i 30 nel periodo di “bassa marea”, per tornare adesso a risalire e a superare i 40 anni. Essendo di nuovo in una fase di crescita, è quindi più appropriato paragonare i dati di ieri con quelli dell’11 marzo, nel pieno della prima ondata: all’epoca i nuovi casi erano 1.797, quindi persino meno di quelli di ieri, ma i decessi furono 97 (ieri 10), avevamo già 5.838 ricoverati e addirittura 1.028 in terapia intensiva, in netta crescita.

Cosa è cambiato. Secondo gli esperti le differenze dipendono da più fattori: il criterio diagnostico diverso, le migliorate capacità del sistema nel suo complesso, il diverso identikit dei soggetti contagiati e l’uso delle precauzioni con cui tutti abbiamo imparato a convivere. A ciò va aggiunto l’obbligo di sottoporre a tampone i pazienti in procinto di ricoverarsi per altri problemi, una sorta di ulteriore screening da cui sono emersi in questo mese migliaia di casi che poi, in automatico, vengono conteggiati tra i ricoveri pur essendo il paziente in ospedale magari per un’ernia o per una frattura.

Cosa, invece, è rimasto uguale. Febbre, dispnea e tosse rappresentavano e rappresentano ad oggi i sintomi più comuni nei pazienti costretti al ricovero. Si potrebbe dire, infine, che forse il virus non è cambiato, ma siamo sicuramente cambiati noi.